Meditazione breve: Credere in Dio?

da | 29 Mag 2020 | in evidenza, meditazioni | 0 commenti

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“Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l’eterno nome” – Lao Tzu, Tao Te Ching.

Quante volte ti hanno chiesto se credevi in Dio? Quante volte sei stato tu a chiederlo, magari a te stesso, in silenzio?

Le nostre vite sono piene di “problemi” e andiamo sempre di fretta. Fin da ragazzi, le cose importanti sono altre; la scuola, gli esami, gli amici, gli amori, il sesso. Poi arrivano le responsabilità degli adulti, il lavoro, i soldi, la famiglia, i figli. I “problemi” non mancano, c’è bisogno d’evasione. Grazie a Dio c’è il calcio in TV, Netflix, le meritate vacanze e i compagni di sempre, alcol, sesso e droghe, anche quelle legali, le pillole e le gocce di Big Pharma, che promette di guarire le malattie dell’anima. 

Il tran tran quotidiano diventa abitudine; così fan tutti. Poi arriva il proverbiale fulmine a ciel sereno; qualche malattia seria, la morte di una madre o di un figlio o un dolore dell’anima che all’improvviso squarcia la monotonia e capita che nemmeno le pillole del pusher (nemmeno quelle del pusher più ricco e organizzato, Big Pharma) riescano più a sopire quella domanda che, ci si accorge, continuava a ronzarci dentro. Ma che senso ha tutto questo? E la mente soffre.   

C’è chi si perde nel lavoro, chi si abbandona al facile edonismo e chi crede che la risposta sia lasciare lo stipendio dallo psicanalista. Ma c’è anche chi fa della chiesa, della moschea, della sinagoga o del tempio la sua seconda casa. Quando tutto va bene, non si pensa al trascendente ma quando le cose della vita iniziano a scricchiolare o cadono a pezzi, ci si ricorda di quella parola; Dio. 

Credere in Dio diventa per molti l’unica via d’uscita in una vita che sembra non avere più significato. Per la maggior parte degli esseri umani, la sofferenza è da sempre la porta alla spiritualità; il dolore e la sofferenza danno prospettiva e affinano la sensibilità. Tutto ha senso in questa vita, soprattutto quello che la nostra mente, una macchina meravigliosa ma vuota, non riesce a capire. 

C’è chi “crede in Dio” e c’è chi “non crede in Dio”. Nella Storia dell’umanità, sia tra i “credenti” sia tra questi e i “non credenti”, le guerre “sante” e l’intolleranza hanno lasciato la terra grondare del sangue di milioni di esseri umani, convinti che il loro “credo” fosse la verità e che quella verità dovesse essere imposta con la forza e la violenza. In molte parti del mondo, la follia individuale e collettiva ancora produce dolore, sofferenza e morte. Tutto nel nome di Dio.

Ma che vuol dire “credere in Dio”?   

In Dio non si può “credere” perché la mente dell’essere umano non può comprendere Dio. Si crede in un’ideologia, si crede in delle idee, ma Dio è una parola che si usa da millenni per indicare il Sacro, ciò che la mente non coglie e non può capire. Quando Dio diventa un’idea in cui credere, arriva la sofferenza e nascono i disastri, le tragedie, i genocidi, le guerre di religione. Ma se l’essere umano comprende finalmente che Dio è solo una parola che indica ciò che non può essere descritto con le parole, cioè l’Essere, il Sacro, la Coscienza, Ciò Che È, allora e solo allora l’essere umano si avvicina all’Essere. 

L’espressione “credere in Dio” – ma anche il suo contrario, “non credere in Dio” – è il retaggio di uno stato evolutivo dell’Homo sapiens che fa fatica ad essere abbandonato e continua ad impedire l’evoluzione della coscienza. Invece di guardare alla Luna, l’Uomo ha gli occhi (e la mente) fissi sul dito che cerca di indicarla. 

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