L’America brucia e arrivano i mercanti dell’antirazzismo

da | 2 Giu 2020 | in evidenza, notizie, opinioni | 0 commenti

Protesters Demonstrate In D.C. Against Death Of George Floyd By Police Officer In Minneapolis
A man holds up his fist during a protest near the White House on Sunday in Washington, DC. 
Photo by Alex Wong/Getty Images

La guerra civile negli Stati Uniti sta provocando un danno d’immagine serio a Corporate America, cioè alle èlite americane, cioè a quello 0,01% della popolazione che possiede e controlla non solo gran parte della ricchezza di quel paese ma gran parte della ricchezza globale. E come in questi casi sempre accade, scatta il damage control. Amazon, Facebook, Snap, Intel, Netflix, Alphabet’s Google, International Business Machines, Nike, sono solo alcune delle multinazionali che hanno attivato i loro uffici delle pubbliche relazioni per limitare i danni d’immagine e condannare il razzismo dopo che l’assassinio di Stato di George Floyd, come una scintilla, ha dato fuoco alla polveriera delle ingiustizie economico-sociali nella Terra della Libertà. 

Perché – nonostante quello che dicono i clown, anche italiani – quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è tutta colpa di Trump, l’imperatore pazzo che Corporate America ha voluto alla Casa Bianca. E ancora meno è colpa della Russia di Putin, come ci vogliono far credere i pompieri, anche in Italia. 

Le diseguaglianze e le ingiustizie economico-sociali, la povertà, la violenza della polizia sulle minoranze e il razzismo non sono novità di oggi e possono essere viste come l’aberrazione del sistema che chiamiamo “America” solo se la nostra mente è stata conquistata dall’egemonia culturale dell’impero. Il problema, anche in Italia, è che quell’egemonia culturale ha fatto breccia soprattutto nella classe degli intellettuali che il regime, cioè l’impero, continua a usare da settant’anni per diffondere la sua propaganda. 

Cornel West, un grande e onesto intellettuale americano, una razza in via d’estinzione purtroppo, riesce a capire quello che le tante anime belle, gli intellettuali a cottimo e i pennivendoli di regime, anche in Italia, non vedono:

“Non c’è dubbio che questo è il momento della resa dei conti in America. Ma vogliamo stabilire una connessione tra il locale e il globale, perché, vedi, quando semini i semi dell’avidità – a livello nazionale, la disuguaglianza; a livello globale, tentacoli imperiali, 800 unità militari all’estero, violenza e AFRICOM in Africa, a sostegno di vari regimi, quelli dittatoriali in Asia e così via – esiste una connessione tra i semi di violenza che tu semini all’esterno e all’interno. Lo stesso vale per il seme dell’odio, della supremazia bianca, l’odiare i neri, l’anti-Blackness hatred, che ha la sua dinamica nel contesto di una civiltà capitalista predatrice ossessionata da denaro, denaro, denaro, dominio dei lavoratori, emarginazione di quelli che non si adattano – fratelli gay, sorelle lesbiche, trans e così via. Quindi, è proprio questa convergenza di cui la mia cara sorella Professor Taylor sta parlando dei modi in cui l’impero americano sta implodendo, le sue fondamenta vengono scosse, con rivolte dal basso.”

“Il catalizzatore è stato certamente il linciaggio pubblico di Fratello George Floyd, ma i fallimenti dell’economia capitalista predatrice nel fornire i bisogni di base di cibo, assistenza sanitaria e istruzione di qualità, lavori con un salario dignitoso, allo stesso tempo il crollo della tua classe politica, il crollo della tua classe professionale. La loro legittimità è stata radicalmente messa in discussione, ed è multirazziale. È la dimensione neofascista in Trump. È la dimensione neoliberista di Biden, Obama, Clinton e così via. E include gran parte dei media. Comprende molti professori nelle università. I giovani stanno dicendo: ‘Siete stati tutti ipocriti. Non ti sei mai preoccupato per la nostra sofferenza, la nostra miseria. E non crediamo più nella tua legittimità.’ E si riversa in una violenta esplosione.”

Questa è un’analisi seria, onesta, intelligente, di quello che sta accadendo negli Stati Uniti. La stessa analisi, mutatis mutandis, è vera anche per la “civile” Europa, le cui classi dirigenti non sono meno bulimiche né le classi intellettuali meno ipocrite di quelle americane.

Basta ascoltare in TV o leggere sui giornali o su Internet i commenti stucchevoli dei nostri politici, giornalisti e intellettuali che si sono improvvisamente scoperti antirazzisti ed egualitari e non si accorgono nemmeno della dissonanza cognitiva che abita nelle loro menti e dell’ipocrisia dei loro comportamenti. 

Sono gli stessi pagliacci “di sinistra” che ci invitavano a non manifestare e ad abbassare i toni quando qualche anno fa a Macerata ci fu quel disgustoso attacco terroristico di matrice razzista, che aveva precisi mandanti morali nella politica xenofoba, razzista e violenta di gran parte di quello che una volta veniva definito “arco costituzionale”, cioè i partiti rappresentati nel Parlamento della Repubblica.

Ora che gli Stati Uniti bruciano e l’imperatore pazzo ha tolto la maschera d’ipocrisia a quel regime e anche in Italia sono numerosi i politici, i giornalisti e gli intellettuali che spargono odio contro tutti i “diversi” per meschini calcoli di potere, c’è solo una cosa più ripugnante; l’ipocrisia dei mercanti dell’antirazzismo.

Politici, giornalisti e intellettuali “liberali” o “di sinistra” che in questi anni hanno permesso o favorito le diseguaglianze economico-sociali; non hanno mai capito, criticato e tantomeno opposto, le politiche neoliberiste e della maledetta austerità; hanno accettato e applaudito le guerre neocoloniali e le invasioni dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia, la famigerata “guerra al terrorismo” e il trattamento disumano dei palestinesi; hanno cantato le lodi della “globalizzazione” basata sullo sfruttamento del lavoro degli schiavi e delle risorse dei paesi poveri che, con uno sgradevole eufemismo, continuano a chiamare “in via di sviluppo”…  e ora usano l’antirazzismo di comodo per rifarsi una verginità morale e intellettuale. Illudendosi ancora di rappresentare le istanze di un popolo che hanno da tempo tradito e ora chiamano, con disprezzo, populista. 

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