L’America brucia e arrivano i clown

da | 30 Mag 2020 | in evidenza, notizie, opinioni | 0 commenti

Trump Says Will Send in National Guard to Stop Minneapolis ...

Gli Stati Uniti stanno bruciando e Trump – l’imperatore pazzo con simpatie per l’estrema destra neonazista – come un Nerone moderno suona la sua lira, Twitter. E più twitta e più l’odio si propaga.

La mente occidentale si ostina a sorprendersi e a venire scossa dalle immagini di rivolte e di guerriglia urbana che ancora una volta arrivano dalla Terra della Libertà. Quelle scene di sangue e di fuoco cozzano contro l’immaginario collettivo occidentale; gli Stati Uniti del progresso e dell’abbondanza, il faro del “mondo libero”, l’apice della civiltà. In altre parole, l’egemonia culturale dell’impero. 

Razzismo e violenza sono endemici e strutturali in quel paese; paese, è bene ricordarlo, che è nato con il genocidio dei nativi americani, che si è sviluppato con la schiavitù di milioni di esseri umani portati in catene dall’Africa e il cui dominio su gran parte del pianeta fa assomigliare l’impero romano ad una sorta di tea party, come anni fa mi disse Arno J. Mayer, professore emerito di Storia a Princeton.

Bisogna conoscere e capire la Storia degli Stati Uniti d’America e magari anche avere un po’ di empatia per comprendere quello che sta accadendo in quel paese. La popolazione afroamericana quella Storia la conosce bene e continua a viverla sulla propria pelle (letteralmente) e sa quello che la schiavitù, la segregazione, i linciaggi e il razzismo, ieri come oggi, significano, non solo per la Storia di quel paese ma per il suo presente. 

Laddove l’egemonia culturale non è ancora riuscita a conquistare le menti e i cuori degli esseri umani, quelle immagini tremende di violenza e follia collettiva non sono accolte con lo stupore e l’ingenuità colpevoli che abitano nella psiche dell’Uomo Bianco. 

Da Manila a Hiroshima e Nagasaki, da Ho Chi Minh City a Jakarta, da Kabul a Bagdad, da Teheran a Tripoli e ancora in molti paesi africani e in moltissimi paesi dell’America Latina – il continente che gli strateghi americani hanno sempre considerato, con disprezzo, il loro back yard (cortile di casa) – i popoli che nell’ultimo secolo hanno potuto apprezzare la benevolenza a stelle e strisce non riescono certo a meravigliarsi. 

La meraviglia e l’incredulità abitano soltanto nella mente che è stata conquistata dalla propaganda e che, dalle scuole alle università, dai mezzi d’informazione a Hollywood, crea la narrativa che conviene alle élite e ai loro privilegi. Perché, “Il principio di base, raramente violato, è che ciò che è in conflitto con i requisiti di potere e privilegio non esiste.” (Chomsky)

Ecco allora sui mezzi d’informazione occidentali, anche in Italia, il teatrino dell’indignazione selettiva dei tanti pennivendoli e intellettuali a cottimo, l’esercito dei moralisti che ora puntano il dito contro Trump, contro il razzismo, contro la violenza della polizia americana. Sono le stesse anime belle che continuano ad ignorare il genocidio e la pulizia etnica contro i palestinesi (possibili solo grazie ai governi degli Stati Uniti) e che hanno giustificato o razionalizzato l’invasione dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e di ogni nefanda avventura imperialista di tutti i presidenti americani (compresi i premi Nobel per la Pace) degli ultimi settant’anni. Ma che ora simulano indignazione in bella mostra, pavoneggiandosi in TV o sui giornali dei padroni, per salvare l’immagine di sé stessi, i difensori della decenza, della democrazia, della libertà, dei diritti umani e dei notori “valori occidentali”. Uno spettacolo stucchevole e nauseabondo. L’oscenità dell’ipocrisia liberal.     

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