Caro Pasolini

da | 10 Mag 2020 | in evidenza, opinioni, suggerimenti | 0 commenti

Chissà cosa avresti scritto tu oggi, di quest’Italia da operetta funebre. 

Cosa avresti detto ai giovani, già vecchi e conformisti, le menti colonizzate dall’edonismo consumistico. Quei giovani che tu amavi e che oggi sono incapaci perfino d’immaginare la ribellione e si ritirano, tristi e impauriti, nell’omologazione moralista. Isolati e soli, prigionieri dentro un piccolo schermo che gli vende l’illusione della socialità. 

Quanto dolore ti avrebbero dato quei visi su Facebook e Instagram, forzatamente allegri, gli occhi spenti dalla solitudine della tecnologia. 

Chissà quale urlo sordo avresti gridato contro la violenza di questa Italia senza più poesia, dove anche l’amore è merda di porcile. 

Chissà se perfino tu saresti rimasto senza lacrime da questa processione funebre che ogni giorno gli italiani seguono divertiti, ignari di essere loro il caro compianto. 

Tu che prima e meglio di altri l’avevi capito, tutto è merce nella società dei consumi. La politica, merce. L’arte, merce. La spiritualità, l’amore, merce, merce. 

Le nostre vite, merci comprate e vendute mentre noi siamo distratti dall’intrattenimento e dall’infotainment di vecchie e nuove tecnologie. Massa, non più popolo. Automi, non più individui. Schiavi, non più ribelli. Consumatori, non più esseri umani. 

Caro Pasolini, tu profeta che hai amato l’Italia e gli italiani anche quando l’Italia e gli italiani ti sputavano in faccia, tu ci avevi avvertito ma non ti abbiamo ascoltato. E oggi, vittime di questa maledizione, ci ritroviamo condannati a consumare le nostre vite, senza sapere come smettere. Senza sapere come tornare a vivere.

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